FIABE E RACCONTI ILLUSTRATI 2005: Millegustimulticolore – Premio Sez. Giovani

 

MILLEGUSTIMULTICOLORE – Premio Sez. Giovani
di Federico Nota, Torino

“Goffredo Pannunzio! Goffredo Pannunzio! Evviva Goffredo! Applauditelo, acclamatelo, osannatelo!” gridava la folla unanime.


In effetti, il maestro Goffredo Pannunzio era sicuramente il migliore, il più grande e, per dirla tutta, anche il più grosso tenore del mondo.
Vantava una fama immensa, questo era certo, poiché veniva continuamente conteso dai maggiori teatri di ogni paese, ma altrettanto immensa era la sua insaziabile golosità  che, nel corso degli anni, gli aveva disegnato un profilo davvero esagerato.
Lo avevano definito gran mangiatore di dolciumi, intenditore di stuzzichini e tartine, persino gran visir degli aperitivi! Ma, ahimè, in fatto di cibo il maestro esprimeva il peggio del suo temuto caratteraccio.
Pannunzio era infatti un campione impareggiabile di superbia e di arroganza, e la sua suscettibilità  era cosa ben nota agli albergatori di tutto il paese.
Il suo protocollo parlava chiaro: esigeva accoglienza con tappeto rosso fuoco e tripudi floreali, marcia regale in ingresso e in uscita, suite presidenziale, e immancabile folla di fans che, il più delle volte, erano attrici pagate dagli organizzatori stessi.
Ma se gli aspetti formali si limitavano a fiori finti e a fanciulle fanatiche, la sua preziosissima gola, invece, richiedeva attenzioni a dir poco maniacali; Pannunzio era stato capace di rovinare alberghi con il solo sospetto che le loro camere celassero letali spifferi d’aria, e le sue pretese alimentari mandavano in crisi i maggiori chef di ogni nazione.
Le pietanze, rigorosamente certificate, centrifugate e sterilizzate, dovevano mantenere una temperature ideale, cioè quella interna al corpo del maestro, la quale, però, cambiava costantemente a fronte dei suoi continui sbalzi d’umore. Insomma, era proprio viziato, e il comportamento riverenziale di chi lo circondava non lo aiutava certo a moderarsi.


Quella sera, beatamente abbandonato sul comodo divano della suite, il gran tenore attendeva la cena da lui ordinata, godendosi un noioso programma in TV.
Essendo quella la serata d’apertura della stagione lirica, si era limitato al dolce, rifiutando primi, secondi e antipasti, con suo estremo dolore ed immensa felicità  dei cuochi.
Mentre il concorrente del quiz televisivo stava per dare la sua ultima risposta, bussarono delicatamente alla porta.
Pannunzio andò ad aprire un po’ seccato per essersi perso la fine del programma, ma cambiò decisamente umore quando il fattorino, un piccolo ometto in divisa bianca, gli consegnò una enorme torta fumante.
Eccola stagliarsi sul lucido vassoio d’argento, splendente di panna e ridondante di canditi, la torta millegustimulticolore a sei piani, la preferita dal tenore, guarnita di solide mura di cioccolato ed alte guglie di panna da sembrare quasi una cattedrale.
Pannunzio, riaccomodatosi sul divano, si scagliò voracemente su quella favola di zucchero, lucidando dapprima le ampie vetrate di canditi, poi i possenti
contrafforti di croccante, per spazzolare infine anche le ultime fondamenta; tutto sotto gli occhi attoniti del fattorino che, rimasto in disparte in un angolo del salotto, attendeva trepidante il responso del tenore.

“Troppo calda, troppo calda! Chi è il folle che ha cucinato questa torta! Qui mi si vuole rovinare! Ah! La mia gola…” vibrò Pannunzio in Do maggiore, e rivolgendosi all’inserviente impietrito vocalizzò: “Portamene un’altra, ma che sia decente! Oppure faccio licenziare il cuoco! Ma che dico il cuoco, anche tutti i fattorini! Farò chiudere l’albergo! Quant’è vero che…”.
La statua inserviente era già  tornata in cucina mentre il maestro continuava tenacemente ad inveire contro albergatori e cuochi.
Passarono dieci minuti, suonarono nuovamente alla porta.
Pannunzio prese in consegna un’altra torta, apparentemente identica alla precedente ma un po’ meno fumante; vi si avventò con rinnovata voracità , partendo questa volta da un pinnacolo di marzapane e, mentre ancora masticava l’ultimo boccone, intonò in La minore: “Troppo fredda, troppo fredda! Questa è una congiura! Qui mi si vuole eliminare! Oh, la mia povera gola! Tu – rivolgendosi al fattorino – sparisci e non farti rivedere senza una torta degna di tale nome! Altrimenti…”. L’addetto si dileguò prima che il maestro potesse esporgli il resoconto delle sue minacce.
Trascorsero altri dieci minuti, un’altra torta, altre esclamazioni.
Per più di un’ora, il maestro continuò a divorare torte millegustimulticolore, trovando ogni volta una presunta, inammissibile, imperfezione: troppo molle, troppo secca, troppo dolce, manca un piano! E’ antipatica, è troppo acida, troppo buona, troppo colorata, e quando è troppo è troppo. Il cuoco si era ormai licenziato e il povero fattorino pendeva dall’orlo di una crisi di nervi, quando Pannunzio si accorse che era giunta l’ora di prepararsi.
Ansimando, il tenore sollevò la sua enorme mole dal divano, o da ciò che ne rimaneva, e la diresse con perizia verso l’armadio.
Un improvviso bruciore colse lo stomaco di Pannunzio che si aggrappò disperatamente ad un’anta evitando la catastrofe. “Quella torta… – pensò a voce alta – il cuoco mi sentirà  domani…” e cominciò lentamente a svestirsi.
Si infilò camicia, pantaloni e scarpe nuove di zecca, abbottonandosi un elegante doppio petto nero sotto la giacca di seta, e relegando il tutto al di sotto del nodo severo di un papillon rosso vibrante.
Si rimirò allo specchio mentre quel fastidioso bruciore continuava ad aumentare.
“Molto bene – si disse – sarà  una grande audizione”, ma fatti pochi passi verso l’uscita quel dolore lancinante si estese per tutto il corpo; Pannunzio tentò disperatamente di raggiungere la porta, ma le gambe indebolite non ressero il peso gravante di quel corpo stipato di torte; il pavimento scricchiolò di paura mentre il tenore crollava rovinosamente per terra, privo di sensi.

Si risvegliò all’improvviso, confuso e sudato, aveva un caldo infernale.
Doveva trovarsi in un ospedale, quella torta gli aveva provocato una brutta indigestione, il cuoco l’avrebbe sentito.
“L’audizione!”, non capiva che ora fosse, l’orologio era fermo, forse rotto, ma sicuramente la serata era perduta.
Si guardò intorno infastidito, scoprì di trovarsi in una stanza enorme, in cui altri come lui, sdraiati su lettini, ingoiavano enormi quantità  di cibo.
Forse era l’ora di pranzo, ma nessuno pareva godersi quelle succulente pietanze e, peggio ancora, nessuno sembrava accorgersi del maestro.
Avevano tutti un’aria tremendamente triste, quella di chi vorrebbe essere in un qualunque altro luogo del mondo eccetto quello.
Pannunzio era sempre più irritato: cosa ci faceva lui in mezzo a quei mortali malaticci, dispensatori di bacilli e di influenze? E dov’era la sua suite ospedaliera? Dove la sua infermiera personale? Il primario l’avrebbe sentito…
Chiese sgarbatamente ad un vicino in quale ospedale si trovassero, ma per tutta risposta ottenne una fragorosa risata.
Ormai paonazzo d’ira e di ansia, il grande tenore cominciò ad urlare: “Infermiere! Infermiereeeee!!”.
Attese soltanto pochi minuti, il maestro, prima che due figure si presentassero al suo letto; ma non erano infermieri, e non erano neppure dottori, poiché quello non era un ospedale, ormai Pannunzio l’aveva capito.
“Benvenuto” sibilò il diavoletto rosso fuoco, mentre il diavoletto rosso sangue porgeva, sogghignando, un vassoio carico di torte millegustimulticolore.
Per la prima volta nella sua vita, Goffredo Pannunzio rimase in un glaciale silenzio.

Ultimo aggiornamento

27 Settembre 2022, 10:13

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